Economia di guerra ed emergenza Coronavirus.

Da questa mattina tutti a casa. Il primo pensiero è contenere l’avanzata del Corona Virus. Il secondo corre all’economia. Diversi opinionisti (come questo) questa mattina parlano di economia di guerra, perché di guerra si tratta. La guerra al Corona virus. Bando agli allarmismi cerchiamo di capire cosa sia un’economia di guerra e perché in molti parlano di guerra anziché emergenza sanitaria.

Siamo in guerra?

Sì, se non nella forma, nella sostanza. Le misure prese sono utili, necessarie e inevitabili. Lo suggerisce l’esperienza cinese a Wuhan. Ma una limitazione della libertà così forte è impensabile in paese democratico, se non per gravi motivi di sicurezza pubblica. Quando uno stato è in guerra i suoi cittadini subiscono forti limitazioni delle proprie libertà personali e soprattutto controlli sugli spostamenti verso l’esterno e verso l’interno. Anche la corsa ai supermercati rimane sulla stessa linea. Per non parlare della fuga dal Nord di sabato scorso, per la paura di non riuscire a tornare a casa propria. Quindi il passo all’economia di guerra è breve.

Economia di guerra: in cosa consiste.

Quando uno Stato va in guerra, converte una buona parte della produzione nazionale in prodotti bellici. I settori che lavorano il ferro e altre materie prime sono convertiti alla produzione di articoli militari (armi, munizioni, uniformi, ecc…). Il resto della produzione si concentra sui prodotti di prima necessità per la popolazione. Molti generi alimentari, prodotti in un arco temporale lungo mesi (si pensi all’agricoltura), cominciano a scarseggiare: mancano gli addetti (che sono sul fronte), mancano i soldi (requisiti spesso dalle autorità), manca la stabilità (lo stato può requisire i campi o gli edifici per pubblica necessità). Così spesso si realizza un forte razionamento delle scorte alimentari. Poche sono le garanzie e molto alto il rischio di impresa. Quello che emerge è un forte intervento dello Stato nell’economia che limita il libero mercato e il principio di concorrenza.

Coronavirus: una guerra (epidemiologica)?

Se si legge fuor di metafora: ecco cosa potrebbe significare. Limitazione delle libertà ancora più stringenti di quelle attuali. Stanziamento di importanti fondi per far fronte alle emergenze. Chiusura delle attività non essenziali. Sembra improbabile la conversione coatta di parte della produzione in prodotti sanitari. Però il Governo e le Regioni stanno convocando per assunzioni straordinarie migliaia di medici e altro personale sanitario. Appalti rapidissimi e in deroga alle consuete procedure per l’acquisizione di materiale ospedaliero. Gli approvigionamenti sono garantiti (e quale governo non li garantisce dopo una dichiarazione di guerra?). I paesi alla frontiera cominciano a scalpitare e a voler chiudere i varchi. In effetti in un arco temporale lungo qualche mese potrebbe portare ad una riduzione dell’abbondanza sugli scaffali a cui siamo abituati. Qualche tipologia di prodotto potrebbe essere introvabile.

Congelando la situazione in questo esatto momento e ammettendo che le misure adottate stanotte siano sufficienti a contenere il contagio, troveremo ancora cibo sugli scaffali. L’ipotesi peggiore sarebbe quella in cui il contagio si sviluppa così velocemente che contrarre e sviluppare la malattia si converta automaticamente in morte certe per la mancanza di cure per quasi tutti gli ammalati. In quel caso i trasportatori potrebbero rifiutarsi di lavorare e di consegnare merci. I paesi esteri sarebbero mono propensi ad esportare le derrate alimentari, i dipendenti di aziende agricole e della grande distribuzione si rifiutano di lavorare… il governo dovrebbe imporre coattivamente di lavorare e di prestare servizio nelle strutture sanitarie. Allora sì che la corsa agli alimenti avrebbe senso. Questo scenario apocalittico sembra abbastanza improbabile nel breve periodo. Nervi saldi e atteggiamento mentale positivo: la depressione abbassa le difese immunitarie e ci espone di più al Coronavirus.